Social Network o Private Network?

Social Network o Private Network?

Che tu abbia 1, 10 o 100 account sui social network non importa: ciò che conta è il tuo approccio alla vita, reale e virtuale. Tu tendi a chiuderti nel tuo orticello o no?

La scorsa settimana sono stata invitata a fare parte di Ello, il nuovo social network su invito. Le dinamiche comunicative di questo nuovo social network mi hanno scatenato una riflessione che ho condiviso con un post su facebook:

Social network su invito,
Gruppi facebook stile massoneria
Adolescenti chiusi nei gruppi di WhatsApp che lasciano ormai deserto Facebook
Immagini ‘privè’ inviate via Instagram per ogni motivo…
….riflessione della sera: social network o private network?

Il concetto è semplice: stiamo ancora parlando di social network o di private network? In effetti sembra che la tendenza sia quella di rinchiudersi nel proprio orticello, con chi ti rassicura. Da cosa è dovuta questa inversione di rotta, o meglio, questa tendenza? E quali implicazioni potrebbe avere sia a livello di business che a livello di interazione personale/sociale nel breve e lungo periodo?
E Cinzia è intervenuta con un suo commento.

Già perché l’interessante osservazione di Rosa apre la porta (ma anche il portone!) a mille interpretazioni possibili. Di getto, ho risposto così al suo post:

Alla fine ne resterà uno solo? Tutti su google plus finché siamo in tempo!
Rosa la riflessione è interessante: io penso sia più una questione di private network.

La comunicazione è uno dei bisogni dell’uomo ma nella moltitudine la comunicazione perde di efficacia e soprattutto non c’è riscontro per il nostro ego, ecco perché secondo me si tende a fare gruppi limitati.

Negli anni la natura dei social network è stata snaturata e questo ne ha determinato la differente gestione da parte del pubblico.

In un certo senso i social hanno deluso le aspettative, ma c’è voluto del tempo per arrivare a questo stato di cose. E l’argomento sarebbe davvero lungo da trattare..

Grazie per lo spunto!

Così come a volte capita lo scambio di opinioni è proseguito con una chat privata ed è così che abbiamo pensato insieme che avrebbe avuto più senso scrivere un post a quattro mani.

Overexposure o alienazione da social network?

Nell’ultimo periodo mi è capitato di sentir dire a molte persone di non poterne più dei social, almeno a parole. Nei fatti le stesse persone hanno trascorso l’estate a selfarsi in spiaggia, al bar, in pizzeria, in casa, in costume, in abito da sera, in condizioni pietose e non. Insomma a ben guardare la bacheca di Facebook tutto si potrebbe dire fuorché che la gente sia stanca.

Perché se sei stanco di qualcosa ti organizzi di conseguenza. In questo caso, la cosa più sensata da fare sarebbe quella di disintossicarsi un pochino dai social. Ma in pochi riescono a farlo: quelli che sono davvero stufi di questa dipendenza da like-retweet-plusone-repin.

E tutti gli altri? Si limitano ad essere delle comparse: accedono ad intervalli regolari, leggiucchiano qualche status, esprimono il loro assenso consumando il loro indice e poi tornano alla vita reale. Peccato che… la vita reale non è più come ce la ricordiamo: si fa più fatica a scambiare due chiacchiere con degli sconosciuti, si fa fatica a trovare il tempo da condividere con gli amici (“Ognuno ha i suoi impegni ‘sai la piscina, la spesa, il calcetto, il lavoro, i figli, i clienti…’), si fa fatica persino a parlare con i colleghi di lavoro e con i familiari.

E se non si fa fatica, dopo venti minuti siamo già più che annoiati e cerchiamo di “evadere” facendo un giro sui social. E il ciclo si ripete.

In gergo scientifico, questa si chiama alienazione, che ci piaccia oppure no. Ma grazie all’intervento dell’istinto di sopravvivenza e conservazione della razza ci stiamo ravvedendo e, non riuscendo a tirarci fuori dal sistema, stiamo percorrendo altre “strade di salvezza”: stiamo limitando i danni.

Concordo Cinzia, ma credo l’analisi che tu hai fatto possa avere altre sfumature.

Innanzitutto le implicazioni di tipo sociologico. Così come dici tu le persone pubblicano e condividono ogni istante della propria vita e i selfie ne sono la massima espressione, perché vogliono dire ‘ci sono’ ‘eccomi’ ‘oh la mia vita è bellissima (e la tua molto meno)’. Quanti condividono momenti tristi, malinconici che comunque fanno parte della nostra esistenza?

La vita da condividere è solo la parte social-splendente? Con-dividere è dividere con, dare un pezzo di qualcosa, di sé all’altro. E se, così come spesso ripetiamo, i social network rivelano nel tempo ciò che sei, cosa e quanto sei disposto a dividere-con? E soprattutto quanto sei disposto ad ascoltare e ricevere della vita di qualche altra persona? Se la tua con-divisione si limita solo ed esclusivamente a 800 selfie autocelebrativi, sicuro che stai usando i social network nel modo corretto? Perché io ci vedo una storpiatura anche in questo! I social network hanno senso se usati per intessere poi relazioni reali e non relegate solo a uno scambio di like online, almeno per me è così.

Gli alienati, così come li chiami tu credo siano le persone che meno hanno capito come abitare i social (Cinzia, ha ancora senso dividere vita online e offline? Forse è anche questo un altro punto su cui riflettere!). Perché credi che la tua vita fatta di routine sia alienante? Perché subisci un modo di vivere che non ti piace? E soprattutto perché credi che farti un giro sui social ti faccia ‘evadere’? Da cosa?

Aumenterà anzi il divario, automaticamente vedrai gli 800 selfie di chi è (forse solo apparentemente) iper-felice e confrontando la tua vita tutto ti sembrerà tremendamente banale e triste. Eppure, se ti guardi intorno tu sei immerso in una realtà stupenda; magari hai figli, una famiglia, amici con cui condividere una serata e risate spontanee. Anche queste persone usano i social in maniera distorta e sicuramente non possono trarne il corretto valore.

Il contatto umano: questo sconosciuto?

Analisi interessante Rosa, ma facciamo un passo in più. Limitando i contatti con le persone più simili a noi, limitando le conversazioni se non su argomenti che destano profondamente il nostro interesse e limitando il tempo di presenza (tanto il gettone non ce lo danno!) cerchiamo di garantirci una permanenza migliore e più soddisfacente sui social network.

Di contro però, soffriamo: soffriamo l’assenza di un contatto fisico e reale proprio con quelle persone con cui andiamo così d’accordo, soffriamo il non riconoscimento sia offline che online, soffriamo la nostra stessa artificiosità.

In principio, si vedevano i social come un’ancora di salvezza per la nostra psiche: avremmo finalmente potuto mostrarci per ciò che siamo davvero, senza più maschere come nella vita di ogni giorno. Col passare del tempo, le cose sono cambiate e sui social abbiamo finito per indossare un’altra maschera per piacere a persone che probabilmente nemmeno conosciamo (ma ci pensi a quanto sia folle questa cosa?). Oggi, ci siamo scocciati delle maschere e siamo alla ricerca di un luogo (virtuale o reale poco conta) in cui poter essere davvero noi stessi.
Peccato che in qualunque altro luogo, dopo i primi tre giorni, tenderemo ad indossare un’altra maschera.

Ho preso in considerazioni i casi “peggiori”, ma penso siano proprio quelli che possono dare meglio il senso della situazione. Penso che questo ridimensionamento, questa limitazione, siano la compensazione virtuale alle nostre vite reali. E Facebook, per primo tra tutti i social network, ha intuito la strada da battere, modificando il suo algoritmo (sconosciuto e incomprensibile ai più) e puntando sulle conversazioni e interazioni più assidue per determinare le relazioni più soddisfacenti per ognuno di noi.

La tua visione è molto concreta anche se un po’ pessimista. Io credo che esistano i modelli che hai elencato tu, intendiamoci, ma è anche vero che chiunque in società è abituato a comportarsi secondo regole stabilite, imposte e sottintese.

Ad ogni situazione corrisponde un comportamento, no? Forse una banalità, ma il punto è capire quanto questa sia una decisione o meno? Ad esempio: io scelgo di essere molto attiva sui social facendoti vedere la mia parte professionale (più o meno seria) e scelgo, allo stesso modo, di preservare la mia parte di vita personale condividendo poche immagini su questo aspetto. Questo è un equilibrio voluto. Nel mondo lavorativo e nei rapporti che si sviluppano online il tone of voice è differente, ma anche qui potremmo avere una miriade di sfumature (anche tra social e social). Questo fa delle persone dei falsi? No.

Cosa differente, a mio avviso, la percezione di alcuni utenti che, così come hai scritto tu ‘soffrono della loro stessa artificiosità’. Si costruiscono un personaggio, usano e sfruttano i social per fini personali o di business che non sono l’incontro puro. Questi sì che prima o poi vengono alla luce dimostrando chiaramente, l’infinita tristezza che nasconde questo loro comportamento e nemmeno l’algoritmo di facebook non giova a loro, anzi, li chiude in un circolo di persone che li esaltano solo per ciò che dimostrano.

Il nucleo è la persona e la sua vita presa in toto: chi imposta strategicamente una sua presenza rischia.

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Il modello H2H è la soluzione?

Dal punto di vista business, questa inversione di tendenza è la naturale prosecuzione del nuovo modello di interazione H2H (HumanToHuman) e mi aspetto che, come Google si è adattato agli utenti con la ricerca semantica, Facebook si adatti alla nuova tendenza con nuove integrazioni e sviluppi.

Provate ad immaginare se ad ogni pagina aziendale fosse possibile collegare i profili personali degli impiegati che lavorano a diretto contatto con i (potenziali) clienti: sarebbe l’apoteosi del customer care, il top della frontiera dell’H2H, l’idillio delle relazioni personali e conversazioni umano centriche “uno-a-uno”, proprio come piace a noi (e al nostro ego).

Sì, in effetti sarebbe l’integrazione totale tra privato e professionale.

Linkedin in parte lo fa già anche se sappiamo essere un social che permette interazioni a livello professionale, ma credo che è proprio la linea H2H la soluzione.

 

Abbiamo provato infine a sintetizzare in punti la nostra riflessione ne è uscito questo elenco:

  1. Le persone che usano in maniera distorta i social network per auto-celebrazione o come fuga da una realtà insoddisfacente non ne percepiscono il valore, tendono ad essere insoddisfatti dall’esperienza social
  2. Il quantitativo esagerato di contenuti privati e business che girano sui social, in particolare su facebook, ha creato una sorta di rigetto
  3. Questa insoddisfazione porta le persone e gli utenti a chiudersi solo con coloro che percepiscono diano loro più soddisfazioni in termini di interazione
  4. La sensazione di avere un gruppo, un social, una comunicazione chiusa con un gruppo ristretto è assolutamente confortante e rassicurante: pochi, ma buoni e che mi apprezzano (così sono sicuro)
  5. Questo però rivela anche una sorta di fragilità: mi preservo da ogni tipo di critica che possa arrivare da chi non concorda con me e il mio modo di comunicare ‘taglio il problema alla radice’.
  6. Sentiamo e percepiamo la necessità di formare le persone al corretto utilizzo dei social network, ma non solo da un punto di vista strumentale, ma soprattutto da un punto di vista di buon comportamento che preservi l’equilibrio della persona. Che siano adulti o ragazzi, questa nuova tendenza alla chiusura ce lo sta dimostrando.
  7. Soprattutto l’abbandono di gruppi di adolescenti che da facebook si trasferiscono in chiuse come whatsApp è una tendenza che deve farci riflettere: sfuggendo al controllo dei genitori, con chi parlano?

E sperando che sei arrivato a leggere fin qui, immaginiamo anche che tu ti sia fatto un’idea.. e ci piacerebbe che tu la condividessi con noi, se ti va 🙂 Dal tuo punto di vista nel nostro futuro ci saranno ancora i social network o prediligeremo i privare network? Have Fun & Share It 😉

 

ps. Rosa la trovi su futurosemplice.net



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Cinzia Di Martino
Cinzia Di Martino
Mi definiscono (e mi definisco) una persona positiva, propositiva, decisa e ottimista (e anche chiacchierona). Sono laureata in informatica, ma ho una passione spropositata per blog, social media, marketing e web design.

4 Comments

  1. […] La scorsa settimana mi invitano a far parte di Ello il nuovo social network disponibile solo su invito. L’idea di un ‘social chiuso’ mi ha scatenato una riflessione che ho condiviso su facebook e che, tra gli altri, ha commentato Cinzia Di Martino, grande professionista del web. Da qui, a un post a quattro mani, il passo è stato breve. Non contano i numeri, conta l’approccio che tu hai con gli altri: tu ti chiudi sicuro nella tua cerchia di persone che ti apprezzano e in cui trovi sicurezza oppure sai gestire le relazioni in maniera equilibrata? Ecco il nostro post, buona lettura e grazie Cinzia. […]

  2. […] Che tu abbia 1 o 10 account sui social network non importa: ciò che conta è il tuo approccio alla vita, reale e virtuale. Tu tendi a chiuderti nel tuo orto?  […]

  3. Nico Caradonna ha detto:

    Articolo lungo ma molto interessante.
    In effetti non avevo mai pensato all’uso privato che si fa degli strumenti social. Il Private Network secondo me è la conseguenza di un uso esagerato e malsano dei social networks. Dopo averne abusato, alcuni utenti preferiscono rinchiudersi in stanze che definirei “garage virtuali” per fare cose (chissà quali?!?) ed isolarsi ancor di più dalla vita reale.
    Grazie a +cinzia di martino e +Rosa Giuffrè per l’ottimo lavoro, utile a tutti per riflettere su alcuni aspetti importanti della nostra società.

  4. Daniela ha detto:

    Davvero un sacco interessante questo vostro scambio, grazie!!

    Sto finendo il mio percorso universitario in Scienze della Comunicazione e sono nel momento fatidico dell’inizio della tesi, che vorrei fare proprio su questo tipo di discorsi … mi rileggerò tutto con più calma ma mi sembra ci possano essere degli spunti interessanti in questo post 🙂

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